torino e provincia  hanno  voglia di recuperare  il   ruolo  di  "prima capitale d'italia."

fioriscono  iniziative legate a rievocazioni storiche 

alla riscoperta dei legami con casa savoia  e anche il filo della memoria  porta alla ribalta una piccola perla

l’aperitivo nobile  

salendo  idealmente a bordo della carrozza ristorante del treno postale peninsular express sul percorso della valigia delle indie -

convoglio che nell’800, da londra arrivava a brindisi e poi via mare a calcutta in india in soli 17 giorni -

passando per la val di susa e le terre di GERARDO E clementina carron - GLI ULTIMI dei s.tommaso -

ci lasciamo trasportare dal racconto di donne dallo spirito  intraprendente che hanno contribuito alla crescita culturale e sociale dell’italia unita

narrate dalla storica dell’arte arabella cifani insieme a carlotta venegoni

in compagnia  di un calice di marsala donna franca delle storiche cantine florio abbinato al pane del re.  

il  filo della memoria ha chiesto a marco giaccone di pane madre di buttigliera alta di ricreare questo pane,

il preferito di re carlo alberto, secondo un'antica  ricetta raccontata nel libro

a  tavola nel risorgimento di elma schena e adriano ravera -  premio bancarella per la cucina 2012;

un pane semplice,

DA MEDITAZIONE, 

 fatto di antiche farine integrali a lievitazione naturale, arricchito da noci e dalle acciughe della pepino brunetto di aspra.

FURONO I DIPLOMATICI DI CASA CARRON  DI BRIANCON E SAN TOMMASO A FAR  CONOSCERE  IL MARSALA  A CORTE NELLA PRIMA METà DELL'800.

     le cantine florio DIVENTARONO  COSI  fornitori della real casa

e  i menu originali esposti per l'occasione dalla d.ssa luciana manzo  dell'archivio storico della città di torino e

dai collezionisti  schena e ravera  ne sono stati  preziosi testimoni .

questo connubio - marsala florio e pane del re  -

                 come ambra custodisce nel tempo  la forza  e  la grazia delle regine del risorgimento e della belle epoque,

                        l’eleganza della regina di palermo donna franca florio e l’altruismo e la saggezza di giulia florio 

                                                    ambasciatrici del  made in italy nel mondo E CELEBRA L'ITALIA UNITA DALLE ALPI AL MARE.                                                                     

 
 
 

  clementina  e gerardo carron  di  briancon, gli ultimi dei  SAN TOMMASO 

accolgono  nelle loro terre lo sviluppo sociale ed economico del  piemonte e dell'italia unita

 
 
 

loreto impagliato e il busto d’alfieri, di napoleone i fiori in cornice

(le buone cose di pessimo gusto!) il caminetto un po’ tetro,

le scatole senza confetti, i frutti di marmo protetti dalle campane di vetro,

un qualche raro balocco, gli scrigni fatti di valve, gli oggetti col mònito salve,

ricordo, le noci di cocco, venezia ritratta a musaici,

gli acquarelli un po’ scialbi, le stampe, i cofani, gli albi dipinti d’anemoni arcaici,

le tele di massimo d’azeglio, le miniature, i dagherottipi:

fi ure sognanti in perplessità, il gran lampadario vetusto che pende

a mezzo il salone e immilla nel quarzo le buone cose di pessimo gusto,

il cùcu dell’ore che canta, le sedie parate a damasco chermisi…

rinasco, rinasco del mille ottocento cinquanta! 

i fratellini alla sala quest’oggi non possono accedere che cauti

(hanno tolte le federe ai mobili: è giorno di gala).

ma quelli v’irrompono in frotta. è giunta è giunta in vacanza

la grande sorella speranza con la compagna carlotta.

 

carlotta canta, speranza suona.

dolce e fiorita si schiude alla breve romanza di mille promesse la vita.

o musica, lieve sussurro!

e già nell’ animo ascoso d’ognuna sorride lo sposo promesso:

il principe azzurro, lo sposo dei sogni sognati…

o margherite in collegio sfogliate per sortilegio sui teneri versi del prati!

giungeva lo zio, signore virtuoso, di molto riguardo,

ligio al passato, al lombardo-veneto e all’imperatore.

giungeva la zia ben degna consorte, molto dabbene,

ligia al passato sebbene amante del re di sardegna.

«baciate la mano agli zii!» dicevano il babbo e la mamma,

e alzavano il volto di fiamma ai piccolini restii.

«e questa è l’amica in vacanza: madamigella carlotta capenna:

l’alunna più dotta, l’amica più cara a speranza».

«ma bene… ma bene… ma bene…» –

diceva gesuitico e tardo  lo zio di molto riguardo –

«ma bene… ma bene… ma bene… capenna?

conobbi un arturo capenna… capenna… capenna… sicuro!

alla corte di vienna! sicuro… sicuro… sicuro…

 

«speranza!» (chinavasi piano, in tono un po’ sibillino)

«carlotta! scendete in giardino: andate a giuocare al volano!»

allora le amiche serene lasciavano con un perfetto inchino

di molto rispetto gli zii molto dabbene.

oimè! chè giocando, un volano, troppo respinto all’assalto, 

non più ridiscese dall’alto dei rami d’un ippocastano!

s’inchinano sui balaustri le amiche e guardano il lago,

 

carlotta! nome non fine, ma dolce!

che come l’essenze resusciti le diligenze,

lo scialle, la crinoline…

 amica di nonna conosco le aiuole per ove leggesti

i casi di jacopo mesti nel tenero libro del foscolo.

ti fisso nell’albo con tanta tristezza, ov’è di tuo pugno la data:

vent’otto di giugno del mille ottocento cinquanta.

stai come rapita in un cantico: lo sguardo al cielo profondo

e l’indice al labbro, secondo l’atteggiamento romantico.

quel giorno – malinconia! – vestivi un abito rosa per farti –

novissima cosa! – ritrarre in fotografia…

ma te non rivedo nel fiore,

o amica di nonna! 

ove sei o sola che – forse – potrei amare, amare d’amore?

guido gozzano -28 giugno 1850

 
 
 

ha diciassette anni la nonna!

carlotta quasi lo stesso: da poco hanno avuto il permesso

d’aggiungere un cerchio alla gonna;

il cerchio ampissimo increspa la gonna a rose turchine:

più snella da la crinoline emerge la vita di vespa.

entrambe hanno uno scialle ad arancie,

a fiori, a uccelli, a ghirlande

divisi i capelli in due bande scendenti

a mezzo le guancie.

han fatto l’esame più egregio di tutta la classe.

che affanno passato terribile!

hanno lasciato per sempre il collegio.

silenzio, bambini! le amiche –

bambini fate pian piano! l

e amiche provano al piano un fascio di musiche antiche:

motivi un poco artefatti nel secentismo fronzuto 

di arcangelo del leuto e di alessandro scarlatti;

innamorati dispersi, gementi il «care» e «l’augello»,

languori del giordanello in dolci bruttissimi versi:

«… caro mio ben credimi almen,  senza di te languisce il cor!

il tuo fedel sospira ognor, cessa crudel tanto rigor!»

 
 

«gradiscono un po’ di marsala?»

«signora sorella: magari».

e sulle poltrone di gala sedevano in bei conversari. 

«… ma la brambilla non seppe… – è pingue già per l’ernani;

la scala non ha più soprani…

– che vena quel verdi… giuseppe «…nel marzo avremo un lavoro –

alla fenice: m’han detto nuovissimo: il rigoletto; si parla d’un capolavoro.

«… azzurri si portano o grigi? – e questi orecchini!

che bei  rubini! e questi cammei?… – la gran novità di parigi…

«…radetzky? ma che! l’ armistizio… la pace, la pace che regna…

quel giovine re di sardegna è uomo di molto giudizio!

«è certo uno spirito insonne… – … e forte e vigile e scaltro.

«è bello? – non bello: tutt’ altro… – gli piacciono molto le donne. 

 

sognando l’amore presago nei loro bei sogni trilustri.

«… se tu vedessi che bei denti! – quant’ anni? – vent’otto.

– poeta? – frequenta il salotto della contessa maffei!»

non vuole morire, non langue il giorno. s’accende più ancora di porpora:

come un’aurora stigmatizzata di sangue; si spegne infine, ma lento.

i monti s’abbrunano in coro: il sole si sveste dell’oro, la luna si veste d’argento.

romantica luna fra un nimbo leggero,

che baci le chiome  dei pioppi arcata siccome un sopracciglio di bimbo,

 

il sogno di tutto un passato nella tua curva s’accampa:

non sorta sei da una stampa del novelliere illustrato?

vedesti le case deserte di parisina la bella? non forse.

non forse sei quella amata dal giovane werther?

«…mah!… sogni di là da venire. – il lago s’è fatto più denso di stelle –

…che pensi?… – non penso… – ti piacerebbe morire?

«sì! – pare che il cielo riveli più stelle nell’acqua e più lustri.

inchìnati sui balaustri: sognamo così, tra due cieli…

«son come sospesa: mi libro nell’alto!… – conosce mazzini… 

– e l’ami? – che versi divini!… fu lui a donarmi quel libro, ricordi?

che narra siccome,

amando senza fortuna un tale si uccida per una: per una che aveva il mio nome».


 

la strada ferrata torino-susa primo tronco della linea della savoia

la legge che autorizzava la costruzione della ferrovia torino-susa, quale prolungamento della genova-torino, venne approvata il 14 giugno 1852 dopo un dibattito parlamentare che si protrasse intenso e serrato per oltre cinque giorni. fu una vittoria del cavour che nel suo intervento alla camera aveva affermato: essa è il necessario completamento di una grande rete che dovrà presto percorrere in lungo e in largo gli stati. essa ci unirà alla svizzera, farà capo, lo si spera, alle linee francesi, che si avvicinano già alle nostre frontiere… aumenterà l’affluenza delle navi al porto di genova, per il vantaggio offerto da questa via a una parte della svizzera. ma al di sopra di questi benefici materiali ve n’è uno morale e politico, quello di saldare la savoia al piemonte. la realizzazione della linea venne affidata, con la convenzione del 14/6/1852 alla società inglese jakson, brassey ed henfrey. il governo concorse per metà della spesa ed a lavori ultimati se ne assunse l’esercizio provvedendo al materiale rotabile ed al personale, dietro ad un compenso pari al 50% del reddito lordo. non presentando l’esecuzione dei lavori particolari difficoltà tecniche, la linea venne ultimata nel corso di due soli anni e aperta al traffico il 22/5/1854. la strada ferrata, lunga chilometri 52,400, era attraversata da 80 passaggi a livello e fiancheggiata da 32 tra stazioni e case cantoniere. la linea venne a stabilire un comodo e veloce collegamento con il servizio postale delle diligenze che da susa, attraverso il moncenisio, raggiungevano la valle del rodano. su di essa si sviluppò un movimento, specie di viaggiatori, che inizialmente fu superiore alle aspettative. nel 1854, in 221 giorni di esercizio, circolarono sulla linea 1.354 convogli che trasportarono 249.686 passeggeri. per il movimento delle merci non ci fu, almeno all’inizio, servizio distinto da quello viaggiatori. i treni avevano una composizione mista che permetteva di trasportare cumulativamente oltre alle merci a grande velocità, cioè i piccoli colli, anche quelle a piccola velocità, vale a dire i carichi di grandi dimensioni. il servizio di trazione era svolto da cinque locomotive a vapore stephenson, a quattro ruote accoppiate, con cilindri esterni. all’inizio del 1858 l’esercizio della linea venne assunto dalla società delle strade ferrate vittorio emanuele, nata il 19 maggio 1853 quando il governo di sardegna aveva accettato l’offerta dei signori lafitte, bixio e soci di costruire ed esercitare a loro spese una strada ferrata da modane al rodano, allora confine francese, ed a ginevra.

da wikipedia

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

aperitivo nobile: pane del re e marsala florio

attrae, seduce, incanta, 

con il suo colore ambrato

evoca i tramonti sulle saline dello stagnone  

con i suoi profumi di mandorla, arancia candita,miele,

zagara e note di tabacco le atmosfere

dei fasti di casa florio, 

predispone al piacere della tavola,

simbolo di unione

dove le famiglie si ritrovano

per condividere emozioni e ricordi 

celebrando  l'italia unita dalle alpi al mare

passando per le terre di clementina ...

 
 

il marchese gerardo carron di san tommaso e l'egregio cittadino vincenzo florio,

una vita per la patria, una capitale in comune: firenze

in seguito alla convenzione di settembre del 1864 con napoleone iii, il governo italiano presieduto da marco minghetti decise il trasferimento della capitale del regno d'italia da torino a un'altra città situata in posizione più centrale e protetta nella penisola, prendendo anche atto del profilarsi della terza guerra d'indipendenza contro l'impero austriaco (scoppiata poi nel 1866) e in attesa che roma, all'epoca capitale dello stato della chiesa, potesse essere unita all'italia (il che avvenne nel 1870). dopo aver vagliato l'ipotesi di trasferire la capitale italiana a napoli, alla fine venne scelta firenze.l'inizio del periodo, durato circa 6 anni, di firenze capitale d'italia, era stato programmato per i primi mesi del 1865. la scelta del 3 febbraio come giorno d'inizio fu però casuale, frutto di istintiva reazione del re vittorio emanuele ii ai disordini avvenuti a torino il 21 e 22 settembre 1864 (strage di torino) alla notizia del trasferimento della capitale, poi ripetutisi il 30 gennaio 1865 in occasione di una festa a palazzo reale di torino. in tale circostanza scoppiarono tumulti repressi con la forza ad altissimo prezzo, il bilancio fu di 52 morti e 187 feriti. il re osservò direttamente dalle finestre di palazzo reale i suoi ospiti fischiati e ingiuriati da centinaia di manifestanti. il re convocò il consiglio dei ministri per il 2 febbraio e, deluso dalla mancanza di una chiara condanna degli ennesimi tumulti da parte del municipio di torino, decise di partire alla volta di firenze il giorno successivo per eliminare ogni dubbio sulla possibilità di tornare sulle decisioni già prese in merito. la gazzetta ufficiale del 3 febbraio così comunicò il viaggio del re: “questa mattina alle ore otto, s.m. il re è partito da torino per firenze, accompagnato da s.e. il presidente del consiglio dei ministri, generale alfonso la marmora”. vittorio emanuele ii, percorrendo in treno la ferrovia per piacenza e bologna, valicati gli appennini per la via porrettana da poco inaugurata, giunse a firenze alle 22.30 circa. la stazione era sfarzosamente addobbata e illuminata: le autorità cittadine lo stavano attendendo. le cronache narrano di un clima particolarmente festoso e accogliente con l'abbraccio fra il re e l'anziano, autorevole senatore gino capponi, ormai cieco. le carrozze del corteo percorsero le vie del centro fino a palazzo pitti, fra due ali di folla festante; le torce illuminavano a giorno l'intero percorso. il re scelse come ambienti privati del palazzo pitti il lato della meridiana, che consentiva libertà di movimento e anche riservatezza durante le uscite e le entrate dall'edificio. dal balcone salutò più volte la folla che inneggiava. firenze ospitò la capitale per sei anni, palazzo vecchio accolse la camera dei deputati nel salone dei cinquecento e il ministero degli esteri, gli uffizi il senato mentre la presidenza del consiglio e il ministero dell'interno furono allestiti con gli uffici a palazzo medici riccardi. dopo le elezioni del 22 ottobre, il 18 novembre del 1865 il nuovo parlamento si insediò nel salone dei cinquecento dando il via alla ix legislatura del regno d'italia. a presiedere la camera dei deputati fu chiamato l'avvocato adriano mari, deputato eletto a campi bisenzio, molto stimato per equilibrio e rigore.

da wikipedia

 
 
 
 
 
 

margherita maria teresa giovanna di savoia (torino, 20 novembre 1851 – bordighera, 4 gennaio 1926), consorte di re umberto i,

fu la prima regina consorte d'italia poiché la moglie di re vittorio emanuele ii, maria adelaide d'austria, era morta nel 1855, prima della proclamazione del regno avvenuta nel 1861.

negli anni in cui fu al fianco di umberto come principessa ereditaria e, dal 1878, come regina d'italia, esercitò una notevole influenza sulle scelte del marito e un grande fascino

presso la popolazione, facendo sapiente uso delle proprie apparizioni pubbliche,

concepite per attrarre il popolo con un abbigliamento ricercato e una costante affabilità. secondo ugoberto alfassio grimaldi,

fu il personaggio politico dell'italia unita che suscitò, dopo giuseppe garibaldi e benito mussolini, «i maggiori entusiasmi nelle classi elevate e nelle classi umili».

cattolica, fieramente attaccata a casa savoia e profondamente reazionaria, fu una nazionalista convinta e sostenne la politica imperialista di francesco crispi.

l'incitamento alla repressione delle rivolte popolari, come avvenne nei moti di milano del 1898, per quanto controverso non ne compromise l'immagine,

forse perché fu la prima donna italiana a sedere sul trono del paese neocostituito

a corte, gestì un circolo culturale settimanale che le valse l'ammirazione di poeti e intellettuali e la collocò forse, almeno sotto questo aspetto,

più a sinistra di molte altre dame dell'aristocrazia

i suoi balli, inoltre, come quelli cui partecipò, celavano spesso un piano diplomatico, e nelle sue intenzioni

cercarono in particolare di assicurare una mediazione con l'aristocrazia "nera", rimasta fedele al vaticano dopo la presa di roma.

molti furono gli omaggi popolari e poetici tributati alla nobildonna

dalla pizza margherita alla celebre ode carducciana alla regina d'italia, scritta subito dopo la visita bolognese dei sovrani nel novembre 1878,

anche negli anni successivi all'assassinio del marito,

quando diventò regina madre.

vincenzo FLORIO

- nacque a bagnara calabra il 4 apr. 1799 da paolo e giuseppa safflotti. poco dopo la famiglia si trasferì a palermo, dove il padre aprì una bottega di droghe. ricevette un'ottima educazione e presto, sotto la guida dello zio ignazio, conobbe l'arte e la pratica degli affari. la bottega era stata avviata nel 1801 insieme con p. barbaro, un piccolo mercante pure lui calabrese, col quale i florio, in precedenza, avevano avuto altri rapporti. due anni dopo, ritiratosi il barbaro, paolo florio continuò da solo l'attività sino alla morte, avvenuta nel 1807. ad occuparsi del negozio a sua volta in società con il f., figlio unico ed erede universale, giuseppa safflotti chiamò il cognato ignazio che si dimostrò amministratore abile e scrupoloso. la ditta assunse la ragione di ignazio e vincenzo florio. a mano a mano che gli utili del commercio delle droghe aumentavano, ignazio provvedeva a diversificare gli investimenti.

non sempre le scelte risultavano felici, ma l'andamento generale della gestione compensava ampiamente singole perdite.

con inizio dal 1824, poi, fu possibile conseguire grossi profitti con la vendita del cortice (polvere della corteccia triturata dell'albero della china), ritenuto efficace febbrifugo e il cui diritto di commercializzazione era stato a lungo contestato ai florio dai farmacisti locali. ma di fronte al prodotto purissimo, ottenuto con una macchina polverizzatrice che, a quanto sembra, il giovane f. aveva apprezzato durante un viaggio in inghilterra e da lì importata a palermo, le autorità non poterono che accogliere le ragioni dei florio.

del resto, in poco tempo essi allargarono il commercio a moltissimi generi e ciò determinò il loro avvicinamento, quanto a prestigio e solidità economica, agli esperti negozianti inglesi, presenti nell'isola fin dall'inizio del secolo, e ai più grossi trafficanti del luogo.

ignazio florio morì nel 1828 lasciando tutti i suoi beni al nipote vincenzo.

l'eredità consisteva soprattutto nelle quote di utili accumulate in quei venti anni, peraltro già reinvestite nel negozio. il testamento conteneva un'unica condizione: che la ditta continuasse l'attività sotto la medesima ragione di i. e v. florio. a poco meno di trent'anni, il f. cominciò a volgere l'interesse verso imprese di grande portata, pur non trascurando il normale commercio cui doveva la sua fortuna. era venuto il momento di mettere a frutto gli insegnamenti ricevuti e lo studio dei comportamenti dei citati affaristi inglesi - a cominciare dal celebre b. ingham - i quali, da veri imprenditori moderni, disdegnavano di vivere all'ombra della rendita fondiaria, la tradizionale forma di reddito delle classi agiate. passeranno alcuni anni e la casa di commercio, date le dimensioni assunte, sarà divisa in tante sezioni quanti erano i campi di attività entro cui si muovevano le iniziative del f., e cioè navigazione, commercio, tessili, vino, zolfi, siderurgia, ecc. per finanziare le speculazioni sugli zolfi creerà una piccola banca che durerà sino al 1902. lavoratore instancabile, dotato di un forte carattere e di senso del dovere, il f. a ragione poteva essere considerato una delle personalità di spicco tra gli uomini d'affari del suo tempo, non solo in sicilia. insieme con c. campostano nel 1829 assunse la gerenza della società anonima per la regia interessata delle dogane, per la privativa della fabbricazione dei tabacchi e per la regia interessata dello spaccio dei medesimi. nell'ottobre dello stesso anno fondò con altri negozianti la compagnia palermitana di assicurazioni, con un capitale di 28.000 onze. tra i soci figuravano i più bei nomi della borghesia di palermo, tra cui g. d'anna, m. buonocore e altri. quindi fu la volta della tonnara dell'arenella, una parte della quale il f. acquistò per 900 onze, dando inizio a un'industria che, pur con vicende alterne, non sarà più abbandonata. la tonnara passò interamente di sua proprietà nel 1837, anno in cui il f. aveva già preso in affitto dal principe di valdina e di solanto un'altra tonnara, quella di san nicolò. rimasto senza esito, per intralci burocratici e incomprensioni governative, il tentativo di introdurre a palermo una raffineria di zucchero, il f. comprò tre piccole navi a vela con l'intento di risparmiare sui noli: il "leone", di 416 t, e i due bricks "diligente" di 204 t e "giuseppa" di 101. il "leone" faceva traversate tra palermo e marsiglia e liverpool, spingendosi, a volte, fino a new york. l'industria enologica, la quale aveva arricchito imprenditori come woodhouse e il ricordato ingham, non poteva lasciarlo indifferente. nel 1832, sebbene già da tempo il mercato attraversasse una crisi di cui non si vedeva la fine, sfidò le due ditte dando il via alla costruzione di una fattoria a marsala per la produzione dell'omonimo vino e investendo, con un socio che lo affiancherà per i primi anni, 3.300 onze. vent'anni dopo questo capitale sarà salito a 200.000 lire. gli operai, fra adulti e ragazzi, supereranno il centinaio. di questo periodo sono pure la fondazione della società dei battelli a vapore, l'affitto delle tonnare di formica e favignana, la costruzione di un piccolo stabilimento per la produzione dell'acido solforico alle falde del monte pellegrino, l'impianto di una filanda lo sviluppo del commercio e dell'industria dello zolfo, soprattutto dopo l'accordo con la vedova del principe di pantelleria per lo sfruttamento delle miniere di recalmuto, e alcune iniziative nel campo della finanza. la società dei battelli a vapore - nata per iniziativa del f., del solito ingham e di un gruppo di capitalisti - contava più di 120 soci (tra cui, sia pure con poche azioni, r. settimo, il capo della rivoluzione dei '48) e un capitale di 35.000 onze. essa si proponeva di spezzare il monopolio delle compagnie napoletane nei trasporti tra la sicilia e il continente. a greenwich fu fatto costruire un bastimento di 150 cv, il "palermo", il quale arrivò nella capitale dell'isola il 27 sett. 1841 tra l'entusiasmo dei soci e della città. la speranza di realizzare forti guadagni andò però delusa. i ricavi coprivano a malapena le spese. nel 1848 il governo rivoluzionario sequestrò il vapore per le sue necessità e decretò di fatto la fine della società. malgrado le perplessità che accompagnarono quel primo tentativo, il f., divenuto intanto uno dei più "pecuniosi uomini della capitale" (candela, p. 82), intuì che l'attività armatoriale in sicilia, se ben organizzata, poteva ugualmente essere fonte di buoni profitti. pertanto, nel 1847, ancora in vita la società dei battelli a vapore, fece venire dalla francia l'"indépendent" che toccò il porto di palermo, in piena rivoluzione, sotto bandiera francese per essere al riparo dalle navi borboniche. era nata l'impresa i. e v. florio per la navigazione a vapore dei piroscafi siciliani. soffocata la rivoluzione, la nave prese il nome di "diligente" per non urtare la suscettibilità del governo, iniziando regolari viaggi intorno alla sicilia al comando del capitano m. davì. nel 1851 il f. ordinò ai cantieri thompson di glasgow il "corriere siciliano", di 250 cv, capace di trasportare un centinaio di passeggeri tra prima e seconda classe. destinato ad alcune linee mediterranee, arrivava sino a marsiglia. cinque anni dopo l'impresa firmò col governo borbonico la prima convenzione per il trasporto di soldati e materiali, con un compenso di 7.500 ducati all'anno, e per lo svolgimento del servizio postale in sicilia. quest'ultimo servizio venne rimunerato col 20% delle tariffe postali. per far fronte ai nuovi impegni, si rese necessario l'acquisto di un terzo vapore, l'"etna", di 326 t, pure costruito a glasgow. poi, sfruttando alcune protezioni politiche, fu possibile assicurarsi la concessione del servizio postale tra napoli e la sicilia, con un anticipo di 30.000 ducati con cui aumentare la crescente flotta di un altro bastimento. dopo la scadenza non si presentarono difficoltà al rinnovo dei contratti per i successivi sei anni. si trattò di un ottimo affare: 30.000 ducati all'anno e l'anticipazione di un'annata destinata all'ulteriore ingrandimento della flotta di una unità. il nuovo bastimento, l'"elettrico", si distinse per l'eccezionale velocità di 13 nodi che era in grado di sviluppare. durante gli eventi del 1860 il borbone noleggiò queste navi, le armò di cannoni e le pose di sorveglianza lungo le coste siciliane. requisite poi da garibaldi, tornarono al proprietario dopo l'annessione delle due sicilie al regno d'italia, con l'eccezione dell'"etna", affondato perché inservibile. con l'uscita di scena dei borboni, si poneva per il f. il problema dell'inserimento nel nuovo contesto politico-economico, tanto più che i suoi rapporti col passato regime potevano fare disperare della benevolenza del governo italiano. non che egli risultasse apertamente compromesso, ma non si dimenticava che la sua partecipazione ai fatti del '48 era stata tiepida e comunque condizionata dalla preoccupazione di salvaguardare il patrimonio e gli interessi economici. chiunque ricordava, per esempio, il rifiuto, per mancanza di garanzie, di un prestito alla rivoluzione per una fornitura di armi. invece tutto andò per il meglio. del resto, torino aveva ogni convenienza a pacificare gli animi e instaurare sereni rapporti con la borghesia produttiva delle nuove regioni. sicché, all'indomani dell'unità, il f. presentò i suoi prodotti all'esposizione italiana di firenze, dove ottenne buoni riconoscimenti, in particolare per il sommacco, la cui esportazione in francia, principale paese consumatore, era caduta per le frodi commesse da alcuni conimercianti. il sommacco del f., risultato purissimo, aveva avuto il merito di fare tornare il mercato alla normalità. dopo la definitiva affermazione del marsala, seguita a un primo periodo di incertezza, è da registrare l'ingresso nell'industria siderurgica avvenuto con il rilevamento, dai fratelli sgroi, della fonderia oretea, che già nel 1844 costruiva interessanti torchi idraulici oltre a moltissimi piccoli utensili di uso domestico. alla caduta del regno, l'azienda dava lavoro a 150 persone, tra operai e impiegati, e usava macchine a vapore. ingrandita e ammodernata, rimarrà a lungo la più importante della sicilia. ad uno stabilimento per la filatura del cotone il f. aveva pensato invece nel 1838, quando installò una macchina filatrice in un locale a ridosso del convento di s. domenico a palermo. per costruire un vero opificio, chiese la concessione di un terreno di proprietà del comune fuori porta termini ma, scoraggiato dalla lentezza delle pratiche, risolse di impiantarlo a marsala, proprio vicino alla fattoria del vino, della quale poteva utilizzare le macchine a vapore. nel periodo migliore, nella filanda lavorarono 150 operai. il cotone filato ogni anno ammontava a poco meno di 1.200 q e risultava di buona fattura. tuttavia la produzione non andò mai oltre il mercato circostante. e quando, nei primi anni sessanta, la concorrenza nazionale ed estera si fece insostenibile, il f. sospese per sempre l'attività. in compenso, nel periodo che va dal 1841 al 1859, tenne in gabella le tonnare di formica e favignana, di cui erano proprietari i marchesi pallavicino di genova e la famiglia rusconi. egli si gettò con vera passione in quell'industria, apportandovi fondamentali innovazioni. inventò la montaleva la quale, modificando un sistema vecchio di secoli, rese possibile l'eliminazione del cosiddetto corpo grande che pesava - bagnato - oltre un quintale e mezzo, e la cattura dei tonni singolarmente, senza attendere i branchi. si cominciò, inoltre, ad impiegarne l'olio nella preparazione della concia. prima del f. il tonno veniva conservato soltanto salato, e ciò ne limitava il consumo e lo faceva sospettare causa di malattie. egli applicò il confezionamento sott'olio e, in questo modo, il commercio si estese progressivamente in tutta italia. ma le sue attenzioni maggiori si concentravano nella marineria, tanto più che, decadute le convenzioni col precedente governo, era da prevedere la concessione degli stessi servizi attorno alla sicilia e nel mediterraneo da parte delle poste italiane. ed infatti, nell'estate 1861, a torino, u. peruzzi per il ministero e g. orlando, direttore della compagnia del f., firmarono una convenzione provvisoria sempre della durata di sei anni : la società si impegnava ad impiegare vapori di almeno 580 t, con una forza di 140 cv. la sovvenzione ammontò a 18,50 lire per lega marina percorsa. in previsione dei maggiori impegni che si profilavano dopo l'accordo, il f. ordinò due nuovi vapori in inghilterra, abbandonò il carattere familiare dell'impresa di navigazione e costituì, il 25 ag. 1861, la società in accomandita piroscafi postali di i. e v. florio, con un capitale di 320.000 onze, pari a 4.000.000 di lire, suddiviso in azioni da 80 onze. e f. conferì le navi e il contratto con lo stato. la società ebbe sede a palermo ed egli, naturalmente, se ne riservò la gerenza. l'attività di negoziante (nell'ampio significato che allora aveva questo termine) e di capitalista, cui si dedicava senza risparmio di energie, non impediva al f. di guardare alla vita pubblica. già per venticinque anni, dal 1834 al 1859, aveva ricoperto la carica di membro della camera consultiva di commercio di palermo e quella, assai prestigiosa, di governatore del banco di corte. dopo l'unità venne eletto in seno alla sezione palermitana del consiglio di ammiragliato mercantile, presidente del consiglio amministrativo della sede locale della banca nazionale nonché presidente della camera di commercio. questa, anzi, pur avendo ufficialmente sede nel palazzo del ministro luogotenenziale, sino al 1863 funzionò in casa sua.

il governo italiano, intanto, doveva pure istituire i servizi postali e commerciali lungo le linee dell'adriatico e del mediterraneo. in un primo tempo qualcuno aveva proposto di gestire in proprio quelle attività. poi prevalse l'orientamento di affidarle a terzi assuntori e, in mancanza di una sola grande compagnia con cui preferibilmente si sarebbe voluto trattare, si finì con l'interpellare tutte le società ritenute in grado, per mezzi e competenza posseduti, di assolvere il servizio con regolarità. le condizioni preliminari prevedevano che le imprese risiedessero in italia e che le navi battessero bandiera nazionale. la proprietà poteva anche essere in mani straniere. alla fine i negoziati si restrinsero alle tre compagnie che meglio rispondevano ai criteri di idoneità: la rubattino. l'accossato e la florio. con r. rubattino la firma della convenzione avvenne il 21 nov. 1861 e riguardò il servizio postale tra il continente e la sardegna per un periodo di quindici anni. il rubattino si assicurò una sovvenzione di ventuno lire per lega e un'anticipazione di 1,8 milioni per il potenziamento della flotta. agli inizi di dicembre g. accossato sottoscrisse il contratto per il servizio postale e commerciale nel mediterraneo, con una sovvenzione di 28 lire per lega e l'anticipazione di 3.000.000 rimborsabili in dieci anni.

la convenzione del f., firmata l'8 apr. 1862, assorbiva la precedente del 1861. aveva una durata di quindici anni con un sussidio statale di 21 lire per lega marina e un'anticipazione senza interessi di un milione con cui, come al solito, provvedere la flotta di altri vapori.

la compagnia si impegnava a servire le linee attorno alla sicilia e quella da e per napoli, nel trasporto di viaggiatori, merci e plichi postali.

delle società controparti dello stato, quella siciliana veniva a beneficiare dei minori introiti a causa del numero inferiore di leghe da percorrere ad essa assegnato.

questo però non significava che il f. non godesse di altissima considerazione nelle sedi ministeriali. del resto,

l'affermazione dei suo primato in italia si andava delineando chiaramente. nel giro di un anno, rispettando i termini degli accordi, portò a dodici le unità che componevano la flotta e, contemporaneamente, elevò il capitale a 6.000.000. la compagnia, ottimamente diretta, guadagnò ancora in forza economica e prestigio. le sue navi diventarono ben presto farniliari in tutti gli scali del mediterraneo e, benché non fossero infrequenti le lamentele per i noli troppo alti, le città i cui porti venivano saltati elevavano preoccupate proteste. i soci ringraziavano il f. degli eccellenti risultati. alla borsa di palermo, pur in un ambiente afflitto dalla mancanza di intraprese commerciali e industriali, le azioni si mantenevano costantemente sopra la pari del 20%. nel 1865, con l'ulteriore aumento del capitale da 6 a 8.000.000 e l'incessante opera di arricchimento del naviglio, apparve evidente il disegno della società di volersi confrontare anche con le potenti flotte francesi operanti nel mediterraneo. col definitivo riconoscimento su scala europea dell'impresa di navigazione, il f. deliberò la costruzione a palermo delle attrezzature per la manutenzione ordinaria delle navi, dando incarico all'amico architetto c. giachery di progettare uno scalo d'alaggio al molo. inoltre fece installare al porto una gru capace di sollevare 40 tonnellate. ma i lavori dello scalo d'alaggio risultarono insoddisfacenti e il f. abbandonò l'opera con una perdita di 700.000 lire. i suoi interessi avevano superato da un pezzo i ristretti confini isolani. nel 1864 partecipò al comitato promotore di una società che avrebbe dovuto rilevare dallo stato il cantiere di s. bartolomeo, nel golfo di la spezia. nel comitato sedevano alcunì tra i più prestigiosi imprenditori italiani, tra cui c. bombrini e d. balduino. tuttavia il parlamento non approvò il disegno di legge presentato dal ministro della marina mercantile e della società di costruzioni navali, sicuramente destinata ad un grande avvenire, non si parlò più

nominato senatore nel 1864,

 morì a palermo l'11 sett. 1868 lasciando un patrimonio di 12.000.000 di lire.

aveva sposato la milanese giulia portalupi, dalla quale ebbe due figlie, angelina e giuseppa, e un figlio, ignazio.

DA enciclopedia treccani

 
 

atti parlamentari - commemorazione gabrio casati 

presidente ,signori senatori! purtroppo pare consueta cosa che, dopo qualche sosta ai nostri lavori, al riunirci novellamente s'abbia a deplorare la perdita di qualche nostro collega. e questa volta pure mi duole doverlo fare per due, cioè per i senatori cavaliere vincenzo florio [...] l'11 del prossimo trascorso settembre, fu giorno di lutto in palermo, ché nella notte passò ad altra vita il senatore vincenzo florio. e ben a ragione questo sentimento era generale in quella cittadinanza; imperocché il florio era vita ed anima in quella città cospicua. nacque egli nel 1799 in bagnara, ma sino dalla prima infanzia trasse i suoi giorni in palermo. all'età nella quale l'uomo di sé dispone, si dedicò agli affari. in essi egli mostrò straordinaria capacità, intelligenza, specchiatezza, onestà. per la qualcosa con siffatti sentimenti la fortuna gli arrise, o meglio la provvidenza fu a lui larga di felici successi. egli seppe sempre mantenere una imperturbabile calma di spirito nelle svariate vicende del commercio. colla sua perspicacia egli creò nuove fonti di lucro ed animò lo spirito di associazione. torna poi a suo elogio il fatto che non dimenticava il povero e la sua mano si apriva al soccorso dello sventurato e del derelitto; il suo cuore era sensibile all'altrui calamità. e quindi ben a ragione le lagrime dei miseri accompagnarono i suoi resti mortali all'ultima dimora; resterà viva la memoria di un tanto cittadino nel cuore di tutti quelli che apprezzarono le sue virtù e ne provarono i benefici effetti. senato del regno,  atti parlamentari. discussioni , 1° dicembre 1868. 


Il tunnel del frejus

l'idea di realizzare un traforo ferroviario venne lanciata da un imprenditore di lione (precedentemente commissario in dogana) nativo di bardonecchia, 

giuseppe francesco medail (bardonecchia, 24 settembre 1784 - susa, 5 novembre 1844), già nel 1832.

nel 1840 presentò un memorandum al re carlo alberto nel quale descriveva un tunnel ferroviario sotto il colle del fréjus.

l'idea probabilmente era troppo avanzata per i tempi e medail morì poco prima di veder coronato il suo sogno.

sempre nello stesso announ ministro di carlo alberto, luigi des ambrois, riprese l'idea e commissionò gli studi preliminari all'ingegnere belga henri maus.

 quintino sella, appena rientrato in italia dalla francia nel 1852 e nominato ingegnere di prima classe del distretto minerario di torino,

venne chiamato a collaborare al progetto del traforo ferroviario del frejus, con l'incarico di risolvere il problema dell'aerazione della galleria.

il progetto definitivo venne redatto da germain sommeiller, sebastiano grandis e severino grattoni.

il 31 agosto 1857 il re vittorio emanuele ii ordinò l'inizio dei lavori di scavo del tunnel

con un finanziamento di 42 milioni di lire.

i lavori furono diretti dall'ingegnere sommeiller.

la cessione della savoia alla francia da parte del regno di sardegna nel marzo 1860 mise in forse il proseguimento dell'opera

e fu cavour a farla proseguire.

i francesi accettarono che i lavori venissero continuati dagli italiani e s'impegnarono a versare 19 milioni di lire,

a condizione che il tunnel fosse concluso entro 25 anni, più un premio per ogni anno di anticipo sulla scadenza.

la somma finale fu calcolata in 26,1 milioni, infatti il tunnel fu concluso in soli 9 anni dall'accordo.

il costo totale fu di circa 70 milioni di lire. l'opera era tecnicamente molto complessa ed il lavoro nel cantiere rischioso, tanto che alla fine dei lavori si contarono 48 morti fra i circa 4.000 operai che avevano prestato la loro opera. 18 dei caduti però non furono vittime d'incidenti, ma di una epidemia di colera scoppiata nel 1864. il numero dei decessi, per quanto significativo, è contenuto se confrontato ad altre imprese simili compiute negli anni successivi. monumento ai realizzatori del traforo ferroviario del frejus in piazza statuto a torino (1879). progetto di luigi belli.[2] oltre a essere il primo tunnel sotto le alpi, escludendo il buco di viso, fu anche il primo al mondo dove vennero utilizzati in modo significativo strumenti meccanici di scavo:

 gli ingegneri sommeiller, grandis e grattoni idearono e brevettarono nel 1854, per quest'opera, la perforatrice automatica pneumatica, funzionante ad aria compressa.

la perforatrice in realtà non veniva utilizzata direttamente per lo scavo, bensì per realizzare i fori di mina dove collocare le cariche esplosive; anche se non permise mai di arrivare ai tre metri di avanzamento al giorno ipotizzati dopo gli esperimenti fatti a sampierdarena, in località la coscia, l'uso della perforatrice consentì di fare in 13 anni un lavoro che a mano poteva richiederne 40. innumerevoli furono i problemi tecnici, com'è naturale per una tecnologia sperimentale, soprattutto riguardo ai grandi compressori costruiti nei pressi delle imboccature che sfruttavano, per comprimere l'aria, la forza di caduta dell'acqua di alcuni ruscelli. anche le perforatrici furono messe a dura prova: nel solo 1866 vennero sostituiti oltre 2500 corpi di perforazione e più di 300.000 punte. molti problemi sorsero anche in relazione alla paternità delle invenzioni, ad esempio il milanese giovanni battista piatti rivendicò, non senza motivo, la paternità del progetto del sistema di perforazione, progetto da lui presentato nel 1853, ma sul quale non chiese mai il brevetto.

lo scavo della galleria venne completato il 25 dicembre 1870

 ed il traforo fu inaugurato il 17 settembre 1871.

il 5 gennaio 1872 transitò sotto il tunnel per la prima volta il treno del collegamento londra-brindisi, denominato valigia delle indie che fino a quel momento aveva utilizzato la vicina ferrovia del moncenisio che valicava l'omonimo colle superando un dislivello di 1588 metri, costruita in concorrenza con il tunnel lungo il tracciato dell'attuale strada statale 25 del moncenisio con capitali e tecnologie inglesi (sistema fell) scommettendo sulla lunghezza dei lavori del frejus. al momento dell'apertura il frejus, tuttavia, più veloce e sicuro in ogni condizione meteorologica rispetto al valico, era il più lungo tunnel ferroviario del mondo[4] e rimase tale fino al giugno 1882, quando fu aperto al traffico quello del san gottardo, lungo 15 chilometri. tuttavia nel 1872 si dovette limitare il traffico, nell'ultimo tratto presso l'imbocco dal lato di modane, ad un solo binario per far posto ad opere di sostegno resesi necessarie a causa di fenditure apertesi nel corpo della galleria in quel tratto. ulteriori smottamenti fecero propendere per una drastica soluzione: a febbraio del 1880 iniziarono i lavori per una variante che escludesse l'ultimo tratto franoso. essi furono portati a termine nell'ottobre del 1891, consentendo il ripristino della circolazione su entrambi i binari, e l'imbocco originario dal lato francese fu abbandonato.

 
 
 

I ROTHSCHILD

nathan rothschild, vissuto dal 1777 al 1836, fondatore del ramo inglese della dinastia, aveva una volta affermato che l'insegnamento più prezioso ricevuto dal padre era che politica e affari andavano sempre considerati assieme. e infatti la storia di questa grande famiglia è indissolubilmente legata alla storia della politica europea dell'ottocento.il nome rothschild spunta nei più diversi conflitti, ma anche in opere grandiose, come la costruzione del canale di suez e arriva anche a superare l'oceano: da londra fu sempre la casa rothschild a lanciare, tra il 1852 e il 1875, una serie di prestiti che servirono a finanziare lo sviluppo di quel fenomeno unico dell'america latina che fu l'impero del brasile. e anche il nostro paese, come vedremo, ebbe legami stretti con questi banchieri, che nella loro storia si trovarono a fornire capitali, con grande equità, ai paesi nemici di napoleone e alla francia, alla corte di vienna e al re sabaudo; già, perché i rothschild si sparsero un po' dovunque, grazie alla preveggenza del fondatore della dinastia, meyer amschel (1744 - 1812), che, trattenendo il primogenito amschel al suo fianco, a francoforte, spedì gli altri figli nei posti che contavano: nathan andò a londra, james a parigi, salomon a vienna e carl alla corte dei borboni, a napoli.

l'accumulo dei capitali era importante, perché significava accumulo di potenza; ma a sua volta, la potenza acquisita con l'appoggio alle case regnanti portava nuove possibilità di accumulo di capitali. abbiamo parlato di meyer amschel come del fondatore della dinastia, e dal punto di vista puramente commerciale ciò è esatto, perché fu quel mercante ebreo di francoforte il primo ad allargare l'attività di famiglia all'esercizio professionale del credito. ma, a titolo di curiosità, vogliamo ricordare una ricerca svolta dall'università di cambridge, che fa risalire al 1560 l'origine del nome che dal secolo scorso significa per tutti finanza. in quel tempo gli ebrei del ghetto di francoforte vivevano in condizioni di incredibile segregazione; tra le varie leggi assurde che ne limitavano i diritti, una vietava la trasmissione del cognome di padre in figlio. appunto nel 1560 un tale isaak eichanan comprò una piccola casa con una targa rossa, una rot schild. i discendenti di isaak presero i più diversi cognomi, hahn, waag, bauer, finché uno di loro preferì chiamarsi semplicemente come la casa avita, e nacque il cognome rothschild. torniamo a nathan, il rothschild inglese. aveva ben appreso gli insegnamenti paterni circa il profondo legame tra affari e politica, e lo dimostrò il 18 giugno del 1815, giorno della battaglia di waterloo, quando aumentò enormemente la sua già rispettabile fortuna. nathan era presente quel giorno, come tutti gli uomini d'affari che si rispettino, alla borsa di londra; in quel mercato era scoppiato il panico, perché si era sparsa la voce di una vittoria dei francesi. la corsa a vendere era diventata inarrestabile e a prezzi stracciati. un compratore attendeva pazientemente che le quotazioni andassero giù, ancora più giù, e poi comprava, comprava. era nathan rothschild: i suoi incaricati in belgio gli avevano spedito dei piccioni viaggiatori con un semplice messaggio: "victory".

il brillante rampollo di meyer amschel era divenuto proprietario di uno dei patrimoni più grandi del mondo e suo figlio, lionel, seppe ben approfittare di questa posizione, assicurando alla banca di famiglia, il cui nome era ormai garanzia assoluta di solidità finanziaria, il monopolio nell'emissione di prestiti internazionali di particolare importanza. la storia dei rothschild inglesi va di pari passo con l'espansione dell'impero britannico, che non avrebbe potuto essere tale senza il concorso della potente famiglia. il titolo di barone, conferito in segno di gratitudine dalla regina vittoria a nathaniel (1840 - 1915) portava nel mondo della nobiltà la stirpe originaria del ghetto di francoforte. e proprio in patria i rothschild non ebbero mai terreno facile. vi fecero affari, ma non assursero mai a ruoli elevati ; non scordiamoci che l'antiebraismo, tragicamente sviluppato da hitler, non fu però mai assente dalla società germanica del secolo scorso. nei paesi di lingua tedesca fu invece vienna il centro in cui la casa rothschild conobbe la grande espansione che l'avrebbe portata, anche qui, a divenire creditrice dell'imperatore. le misure di liberalizzazione del commercio attuate negli anni successivi al 1850 dal ministro bruck e l'affrancamento dei servi della gleba avevano portato a un eccezionale e tumultuoso sviluppo sia nel campo agricolo che in quello commerciale. il fiorire di nuove iniziative aveva bisogno del ricorso al credito per non restare un fuoco di paglia: nel 1855 i rothschild di vienna fondarono la banca creditanstalt, che aveva lo scopo dichiarato di eliminare il piccolo crédit mobilier, una società finanziaria di proprietà di ebrei parigini. il nome dei rothschild era una calamita, e al creditanstalt si associarono le famiglie più in vista dell'austria, gli schwarzenberg, gli auersperg e i furstenberg. il successo era assicurato da questa unione dei più bei nomi dell'alta società con il più bel nome della finanza; e se i primi si sentivano sicuri impiegando le loro ricchezze con i banchieri per eccellenza, questi si assicurarono in tal modo l'ingresso ai salotti buoni, fino al salotto buonissimo, quello imperiale.

lo stato era in perenne crisi economica, afflitto da un mastodontico impianto burocratico e da spese militari, aggravatesi con la mobilitazione decisa per la cavouriana guerra di crimea. e iniziò una prassi che tutt'oggi ben conosciamo anche noi italiani, ossia l'emissione di prestiti a catena, peraltro brillantemente organizzati dal creditanstalt. la finanza sosteneva il regime anticipando i prestiti pubblici e assicurandone comunque l'assorbimento, il regime a sua volta non poteva non mostrare la propria gratitudine, mantenendo quelle condizioni di liberalismo in economia che favorivano la finanza. insomma, quasi per uno storico contrappasso: in un'europa che aveva conosciuto spesso il mostro delle persecuzioni razziali, in cui gli ebrei erano stati perseguitati, colpevoli solo delle proprie origini, una famiglia ebrea si allargava nelle corti più importanti, assumendo un peso sempre più determinante all'interno dei sistemi politici dell'epoca. raccontavamo della fortunata avventura di nathan alla borsa di londra; ma ricordiamoci che il banchiere aveva suoi emissari in belgio, al seguito delle truppe inglesi, anche perché era già intervenuto a curare le esauste casse di sua maestà dopo la perdita delle colonie americane. e i soldati inglesi che valorosamente sconfissero le truppe napoleoniche a waterloo erano pagati, di fatto, dalla casa rothschild. se ne dovrebbe dedurre che il nome rothschild fosse visto dai francesi come il fumo negli occhi.  niente di tutto ciò; tanti secoli prima un saggio imperatore romano aveva insegnato che pecunia non olet. e infatti le riparazioni di guerra francesi alla germania, dopo il disastro militare del 1871, non sarebbero state possibili senza l'intervento di casa rothschild, che fu determinante anche per la realizzazione di quella che resta una delle più grandi opere di ingegneria moderne, il canale di suez, fortemente voluto dal francese ferdinando de lesseps.

londra, parigi, vienna.  i punti cardine dell'europa (e quindi, nel secolo scorso, del mondo) erano i luoghi naturali di sviluppo dei grandi banchieri. ma dicevamo prima che anche il nostro paese fu cliente di questa grande stirpe della finanza. torniamo un attimo indietro, in questa nostra un po' saltellante narrazione di finanza e politica. sua maestà vittorio emanuele ii, re di sardegna, aveva un giovane e brillante ministro delle finanze, tale camillo benso, conte di cavour, che era giunto a tale carica nel 1851, sotto il governo d'azeglio, dopo una significativa esperienza come ministro dell'agricoltura (carica all'epoca tutt'altro che secondaria, in un paese prevalentemente ad economia agricola). il predecessore di cavour alle finanze, nigra, aveva ottenuto proprio dalla casa rothschild di parigi un prestito per pagare le riparazioni di guerra dovute a vienna dopo la sfortunata, e scriteriata, avventura militare di carlo alberto, predecessore di vittorio emanuele II potrà far sorridere il fatto che i banchieri di vienna, tramite la loro casa di parigi, finanziassero un nemico di vienna per pagare i soldi dovuti a vienna. ma bastava che i soldi girassero, e in fondo erano tutti contenti. tutti, meno cavour che, per primo, cercò di stimolare la concorrenza e per far ciò diede mano anzitutto a una prima serie di riforme fiscali, che garantissero un miglior gettito tributario allo stato, nella convinzione che un governo col bilancio in pareggio aveva le carte in regola per presentarsi come cliente primario alle banche.  non aveva torto: la banca hambro di londra concesse (tramite cavour che conosceva bene le banche inglesi) un finanziamento allo stato sardo e la cosa non fu presa bene dai rothschild, che si sentivano messi da parte in una posizione che consideravano come spettante loro di diritto: non erano forse i banchieri per eccellenza? ma cavour il ministro del piccolo stato seppe tener duro, anche se i potenti banchieri fecero il possibile per deprimere il corso dei titoli piemontesi quotati alla borsa di parigi. per curiosità, ricordiamo che in questa operazione, con cui in pratica cavour riuscì a rimborsare parte del debito che lo stato aveva con i rothschild, ottenendo denaro a condizioni migliori dalla casa hambro, fu condotta da un suo uomo di fiducia, il conte thaon de revel, che qualche anno dopo sarebbe divenuto uno dei più strenui avversari del grande statista. cavour non poteva ancora prescindere dal credito privato nella gestione dello stato, ma continuava nella sua politica di sviluppo della concorrenza, resa possibile dallo sviluppo economico che contraddistinse il regno di sardegna nel suo periodo, e che era indispensabile anche in vista della politica di espansione che già era delineata nella sua mente, e che avrebbe portato - forse - alla guerra vittoriosa del 1859.

quando ancora alla fine del 1852 cavour arrivò alla vetta del potere con la carica di primo ministro, volle mantenere per sé il portafoglio delle finanze e continuò nella sua linea per un'altra delle grandi opere che si era prefisso: lo sviluppo ferroviario, come supporto indispensabile ad uno sviluppo generale dell'economia.

la ferrovia da torino alle alpi e la gigantesca opera di traforo del moncenisio furono finanziate dai banchieri laffitte e rothschild di parigi.

e quando la partecipazione alla guerra di crimea riportò il bilancio dello stato a livelli di deficit preoccupante, cavour si rivolse per un primo prestito di venticinque milioni di lire (a cui ne seguì un secondo) direttamente al governo inglese, non volendo legarsi eccessivamente a banchieri privati, e riuscendo a spuntare un tasso del 3%. la conclusione veloce del conflitto in crimea permise però a cavour di riprendere a dedicarsi al suo chiodo fisso: lo sviluppo dell'economia, le facilitazioni all'imprenditoria, per creare quel clima di fiducia che favorisse,

finalmente, gli investimenti esteri e non solo i finanziamenti

e i fatti gli diedero ragione.

nel decennio 1850 - 1860 affluirono sul piemonte investimenti dall'estero per oltre un miliardo di lire: il capitale straniero giudicava il regno di sardegna meritevole di fiducia e si impegnava quindi anche come capitale di rischio e non solo come finanziatore. i banchieri di cavour erano ormai numerosi: rothschild, laffitte, hambro, e i fratelli péreire, gli ebrei francesi proprietari di quel crédit mobilier che, come avevamo visto, era il nemico dichiarato dei rothschild a vienna.  insomma, lo staterello del re sabaudo, guidato da un politico che aveva ottime idee innovative, apparve nel secolo scorso molto più vivace e aggressivo dei grandi stati nella dialettica coi giganti della finanza, e i rothschild seppero stare al gioco, sia perché avevano un giro d'affari così ampio che un cliente un po' seccatore non poteva infastidire più di tanto, sia perché non faceva parte del mestiere del banchiere, inteso nello stile rothschild, fare troppo chiasso o troppe negoziazioni. un dispiacere però i rothschild lo diedero a cavour; quando questi iniziò la ricerca dei finanziamenti necessari per quella che doveva comunque essere l'opera più importante della sua politica, la guerra contro l'austria.  per quanto le trattative fossero segrete, le intenzioni bellicose del regno di sardegna erano note e poco convincenti erano le richieste di un credito di quaranta milioni, necessario per costruire ferrovie e banchine portuali.  i rothschild, anche se la richiesta era rivolta come sempre alla loro sede di parigi, si ricordarono di essere presenti anche, a vienna, i banchieri di quell'imperatore contro cui cavour voleva combattere e, da buoni banchieri, non rifiutarono l'offerta, ma rimandarono semplicemente alle calende greche una risposta. un atteggiamento che costrinse cavour a lunghi negoziati con altri banchieri e con lo stesso napoleone iii, e, presumibilmente, anche se nessun documento ufficiale ce lo dice, a concessioni maggiori del previsto all'alleato francese. quest'ultima notazione ci porta ad una domanda inevitabile: la strapotenza finanziaria dei rothschild quanto influenzò nel secolo scorso la politica delle grandi potenze?  la risposta ci sembra che possa essere una sola: i rothschild non ebbero mai un interesse specifico alla politica, intesa come esercizio del potere e come influenza sulle decisioni dello stato. piuttosto la struttura anomala che lo stato andava assumendo nell'ottocento faceva sì che l'importanza del banchiere divenisse sempre più forte. e ci spieghiamo: in questo secolo gli stati iniziano ad assumere iniziative che ne aumentano enormemente le spese. ciò accade sia nel bene che nel male: i frequenti conflitti sono spese enormi, ma anche le opere pubbliche, che pur portano beneficio a tutti, lo sono. i grandi progressi scientifici e tecnici che resero possibili anche opere colossali portavano progresso ma stremavano le casse di stati in cui la leva fiscale era ancora incredibilmente arretrata, se guardata con l'occhio di oggi. anche se oggi ci pare assolutamente ovvio che si paghi, tutti, un'imposta sul reddito. a metà del secolo scorso cavour dovette lottare per imporre la tassazione dei proventi dei liberi professionisti, così come l'inghilterra iniziava, nello stesso periodo, i primi timidi esperimenti di imposta sul reddito. un altro problema generale degli stati europei era la creazione dei catasti, in mancanza dei quali i grandi proprietari terrieri erano, praticamente, esenti da imposte. insomma, il vecchio stato, identificato con la casa regnante, era troppo cresciuto senza riuscire però ad alimentarsi adeguatamente. e doveva cercare alimento (danaro) all'esterno. e il danaro gli veniva fornito da chi l'aveva, e di mestiere lo imprestava. e infatti sarebbe stata la storia stessa a ridimensionare il ruolo del grande banchiere. il raggiungimento di sistemi fiscali più razionali, ma anche l'istituzione generalizzata, dopo la grande guerra, del corso forzoso, avrebbero creato un sistema di finanziamento pubblico del tutto diverso, anche se non esente da difetti, perché le grandi inflazioni (non solo quella catastrofica della germania di weimar, ma pensiamo anche a quelle successive di casa nostra, avrebbero a loro volta portato enormi problemi. e infatti la casa rothschild, oggi riunita in una grande holding con sede in olanda, resta una delle prime banche a livello mondiale, ma non è più la banca dei re. e se vogliamo quindi rispondere sinteticamente alla domanda che ci ponevamo prima, ci limiteremo a dire: i rothschild non avevano nessun interesse a fare politica.

facevano i banchieri.  ma per le ragioni che abbiamo esaminato,

la politica non poteva prescindere dai banchieri. 

dunque, cavour e il suo re, non avrebbero mai potuto iniziare

le guerre d'indipendenza senza di loro.

                                                                                                                                                      paolo deotto

 
 
 
 

                        I  banchieri al servizio di due re

londra nell' estate del 1851 il banchiere svizzero emile de la rue si presentò nella city dal barone carl joachim hambro. lo scopo era di convincerlo a concedere un prestito al regno di sardegna per quattro milioni di sterline. il barone disse di sì. fu così che nacque una grande amicizia fra lui e cavour. nelle sue memorie, hambro si vanta di aver fatto la storia dell' europa finanziando l' unificazione italiana che ispirò poi bismarck  a realizzare quella della germania. la famiglia hambro è da due secoli protagonista della finanza internazionale. di origine danese,gli hambro ottennero il titolo di baroni un secolo e mezzo fa, quando si trasferirono in inghilterra. e da allora hanno costruito un impero che ancora oggi è uno dei più solidi del mondo. ma torniamo all' amicizia con cavour e al ruolo svolto dagli hambro nell' unificazione italiana. quando cavour si rivolse al barone carol, l' ambasciatore di vittorio emanuele ii aveva già chiesto fondi ai potenti banchieri baring brothers, che però gli avevano risposto: nella city nessuno osa sfidare i rothschild. la penisola veniva infatti definita nella city terra dei rothschild fin dall' inizio delle guerre napoleoniche. il barone james rothschild finanziava il granducato di toscana. suo fratello, il barone carol, era il banchiere dei borboni ed aveva carta bianca nel regno delle due sicilie ed il terzogenito salomon era l' uomo della finanza dell' imperatore d' austria.

carl joachim hambro trovò affascinante l' idea di sfidare i rothschild puntando su una nuova realtà politica italiana e sull' unificazione sotto i piemontesi.

cavour gli mandò subito il suo consigliere thaon de revel per negoziare i dettagli del prestito al regno di sardegna, da lanciare nella city. carlo joachim sottoscrisse personalmente il 10% del prestito ed emise obbligazioni all' 85% del valore nominale. gli investitori in questo modo si assicuravano un premio del 15% sulla scadenza redimibile oltre ad un interesse annuo del 5% ma l' operazione si risolse in modo disastroso. i rotschild si affrettarono a bloccare l' emissione delle obbgigazioni regno di sardegna sul mercato finanziario di amsterdam e di bruxelles. la quotazione allora crollò a ottanta e i banchieri parlarono di catastrofe. cavour, rassegnato, disse a hambro: vendiamo bassissimo ma vendiamo. i titoli vanno messi in ogni caso sul mercato. ma carl joachim hambro rispose: una mossa del genere bloccherebbe per sempre il credito della vostra nazione non abbiamo altra alternativa che affrontare il rischio. la banca mantenne nel suo portafoglio milioni di sterline di titoli-sardegna. il barone rischiava molto ma i fatti gli avrebbero dato ragione. pochi mesi dopo la quotazione sarda risalì a 82 pence, poi superò il prezzo di emissione di 85 e a natale arrivò a 87. l' anno successivo era a 90. un anno dopo cavour andò a far visita a londra al barone per conferirgli, a nome di vittorio emanuele ii, l' ordine di san maurizio e poi nel 1861, quando vittorio emanuele ii divenne re d' italia, joachim hambro acquistò nella city il soprannome di king' s maker, l' uomo che fa i re.                                                                                                                            paolo filo della torre

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

l'età dei florio

sul finire del xviii secolo una famiglia di commercianti calabresi si insedia a palermo aprendo una modesta drogheria. trascorsi alcuni decenni, divenuta nel frattempo la protagonista assoluta della vita economica siciliana, costituisce insieme alla sua dirimpettaia genovese, la famiglia rubattino, la più grande società di navigazione del paese.

agli inizi del '900 il mito dei florio raggiunge il suo culmine. l'architetto basile progetta le loro sontuose dimore, il famoso mobilificio ducrot arreda le loro navi.

grazie ai florio palermo diviene una delle capitali del liberty: ma più ancora di uno stile di vita. 

romualdo giuffrida e rosario lentini

......  MA  marsala  è GIà  UNA CITTà  fiorente

FIERA DELLA sua "bomboniera" ,

qui al tramonto  al profumo del mare si unisce 

l'aroma di mandorla del mosto cotto, 

del caffe' appena tostato

E  L'ALLEGRIA DELLA GENTE PER LA VIA   

che a teatro si avvia.....

 
 
 
 
 

i florio: storia di una dinastia imprenditoriale siciliana

tutto ha inizio con tommaso florio a metà seicento in calabria, a melicuccà, e poi a bagnara, dove il figlio domenico e quindi il nipote vincenzo esercitano il mestiere di fabbro. l'ascesa comincia con paolo e ignazio, figli di vincenzo, sbarcati a palermo a fine settecento per dedicarsi al redditizio commercio delle droghe. con vincenzo, figlio di paolo, la ditta si trasforma in una holding: dal commercio all'attività finanziaria, dalla pesca del tonno alla produzione vinicola e zolfifera. la svolta è legata allo sviluppo della navigazione a vapore: vincenzo e il figlio ignazio colgono l'onda della modernizzazione e creano una flotta, che consente a ignazio di collocarsi ai vertici dell'high-society internazionale. i primi segni della crisi giungono dopo la sua morte nel 1891, ma il nuovo ignazio non sembra rendersene pienamente conto e continua a vivere nel suo mondo dorato assieme alla moglie, la bellissima donna franca celebrata da poeti e artisti. il risultato è la lenta dissoluzione dell'impero economico ereditato con il fratello vincenzo, l'inventore della famosa targa florio .                                                                                                  orazio cancila

 
 
 
 
 
 
 

28 giugno 1870,nasce giulia florio:

l'ultima grande donna di casa trabia "un tratto in particolare della vita di giulia non finisce mai di sorprendermi: come sia riuscita a stare in equilibrio perfetto tra tradizione e futuro, meravigliosamente a suo agio su entrambi i versanti. ha vissuto come una funambola sull’orlo tra presente e passato. famiglia, educazione, buon nome e religione erano per lei cose sacre. in quest’ordine esatto d’importanza, direi. d’altro canto, aveva lo scatto in avanti, l’impulso all’azione e lo sguardo aperto al futuro, tipico delle famiglie borghesi. se è vero che ogni mattina si confessava, subito dopo si recava in amministrazione a controllare i conti. se è vero che era attentissima al denaro, vero è che aprì numerosi ospedali, scuole e orfanotrofi. se è vero che sceglieva con cura le proprie frequentazione – e quelle dei figli e nipoti, finché poté –, chiunque varcasse la soglia di palazzo butera, la vedeva alzarsi e venirgli incontro. sempre in bilico tra sentimenti e rigore, affetto e severità, prepotenza e generosità."         

grande rimpianto per non averla conosciuta questa nonna così unica, ma grande fortuna averla conosciuta grazie alle sue lettere e ai suoi diari, minuziosi, dove descrive concisa la vita a palazzo butera ( e poi alla villa di terre rosse nel cuore di palermo) , gli ospiti numerosi, chi parte, chi arriva, la salute di tutti, commenta i fatti politici (vittorio emanuele orlando, il famoso primo ministro, era ospite regolare e superconsigliere della nonna). cosa strana per l’epoca e il conformismo dell’aristocrazia italiana, il fascismo e ' per lei il male assoluto (ciò lo scrive a tutti durante il ventennio), ricorda tutti i compleanni dei suoi  4 figli morti e gli anniversari ( e si dilunga spesso su quanto bene avrebbe potuto fare al paese ignazio - 1 dei 2 figli morti durante la prima guerra mondiale -  in questi tristi e penosi momenti del marzo 46). ciò nonostante, giulia era monarchica, figlia dei suoi tempi e, ben consapevole della sua fortuna per essersi riparata dal terribile rovescio che aveva colpito suo fratello ignazio florio (che dilapidò in 30 anni l’immensa fortuna dei florio, anche grazie alla guerra che gli fece toeplitz, il grande burattinaio della banca commerciale italiana di allora), aiutò economicamente il fratello fino alla morte. era troppo intelligente per curarsi dei titoli, ma abbastanza orgogliosa da pretendere per mio padre un futuro brillante e l’attribuzione - con tanto di decreto reale - di nomi e pieni diritti ereditari, come dico fra poco. era - per come la ricordavano a palermo ancora trent’anni fa - una sorta di regina in sicilia: essere ammessi a palazzo butera era equivalente a una visita al quirinale a roma, ma giulia sceglieva in base alle qualità dei suoi ospiti e non tanto in funzione del nome. doveva essere indifferente al fidanzamento di mio padre con susanna agnelli (con tanto di partecipazioni già spedite prima della rottura voluta da mio padre), perchè in fondo gli agnelli avevano troppo e troppo spregiudicato potere in quell’italia in sorprendente espansione industriale e col fascismo erano venuti a patti. poi susanna era adorabile e di certo l’avrebbe conquistata se le fosse stato dato il tempo da mio padre. certo giulia esercitava un potere notevole nell’isola e gestiva da sola il patrimonio, e si curava personalmente dei molti nipoti che le giravano attorno: il solo per il quale manifestava un’incorreggibile indulgenza era mio padre, che sapeva affabulare e affascinare più degli altri ed era l’erede designato, una sorta di messia atteso per decenni. ecco ancora ciò che scrivo nel libro: "ancora ragazza e fino alla morte, giulia amministra di persona e con pugno di ferro la propria dote nonché il patrimonio terriero del marito, mentre pietro si occupa di politica. deputato prima e senatore poi, passa gran parte del suo tempo a roma (abbiamo visto come). abbandonate le attività rischiose dei fratelli, giulia investe soprattutto in terre e con discreto successo. almeno quanto basta per aggiudicarsi nel 1939 la medaglia di miglior agricoltore di sicilia e per evitare il tracollo finanziario, che travolge i fratelli ignazio e vincenzo.

giulia, caparbia, generosa, riuscirà a vincere la sua battaglia riuscirà a fare cambiare la legge " barbara" come la chiamava,  riuscirà a fare riconoscere i suoi nipoti raimondo e galvano ( figli illegittimi del suo unico figlio rimastole giuseppe lanza, principe di scordia e di mia nonna madda papadopoli aldobrandini, sposata al principe potenziani) grazie ad un decreto reale, ratificato dal governo, che equipara  i figli naturali ai figli illegittimi, questa battaglia duro' anni e giulia dovette anche affrontare un faccia faccia con l' odiato mussolini!  la sua morte determinò l’anarchia in casa nostra, la divisione del patrimonio, in gran parte destinato a mio padre e a mio zio. poi mio padre morì e mio zio non fu certo all’altezza del compito. per questo giulia resta, nel nostro immaginario familiare, l’ultima grande donna di casa trabia e sono convinta che  l’esser nata florio, cioè parte della più grande famiglia industriale italiana della sua epoca le aveva dato un’educazione e un uso alle cose di mondo assai più spiccato che se fosse nata in una banale e stereotipata famiglia principesca di quei tempi.

                                                                                                                      raimonda lanza di trabia per  il filo della memoria

 
 
 
 
 

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