il vino è vita.

farlo è un'arte,

parlarne è cultura,

berlo è gioia di vivere.....dalle Alpi al Lilybeum

 

Profumo di Te…, profumo di Terra,

che accoglie di stagione in stagione,

come un grembo  materno, la  vita che si rinnova

e che dà  frutti straordinari che ne serbano la memoria.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

buttigliera alta, 26 ottobre 2019    

profumo di te…

è un evento che nasce per promuovere e sostenere l’attività dell’associazione a favore del recupero del patrimonio ampelografico dei territori circostanti l’antica abbazia di san michele,  che giace sulle morene residuali dell’antico ghiacciaio della valsusa in particolare nei comuni di almese, avigliana, buttigliera alta, caprie, condove, giaveno, reano, rivoli, rubiana, sant'ambrogio, trana, villarbasse e villardora, con una superficie vitata di quasi 8 ettari.l’associazione si propone di unire un territorio, palcoscenico naturale di secoli di storia del nostro piemonte, condividendolo con tutti, esaltandone le caratteristiche eno-gastronomiche e contribuendo allo sviluppo delle produzioni locali. saranno lo chef emanuele russo delle lumie di marsala  e marco giaccone di pane madre a creare fragranti  memorie gastronomiche da abbinare ai vini che i produttori dell’associazione porteranno in degustazione avvolti dalla quiete della splendida cornice di villa san tommaso a buttigliera alta ora istituto sacro cuore.

l'apertura  alle 16,30 del simposio storico eno-gastronomico  vedrà  la presentazione a cura de “il filo della memoria.com“ e della prof. maria teresa reineri, di una serie di antichi documenti  che custodiscono e testimoniano la presenza della coltura della vite anche nelle terre moreniche di mezzo appartenute ai carron di san tommaso, segretari di stato di casa savoia.

l’ ampelografa di fama internazionale anna schneider, ricercatrice del cnr - responsabile del isps e il produttore giuliano bosio  ci condurranno  nei meandri delle storia della riscoperta del raro vitigno baratuciat che proprio in queste terre moreniche ha visto la luce.

 

Prime vigne a casa Carron

 
 
 
 
 
 
 
 

In breve tempo la famiglia Carron di San Tommaso acquistò diversi feudi in tutto il Piemonte,

soprattutto in quelle terre che secoli dopo assurgeranno a Patria  dell'enologia piemontese.

 
 

Degustare la Storia nelle terre moreniche di mezzo, crocevia d'Europa

 
 
 
 
 
 
 
 

GIUSEPPE DI ROVASENDA:  SPIRITO NOBILE!

Nel 1155 i Di Rovasenda furono infeudati da Federico Barbarossa con numerose terre nel Vercellese e nel Biellese; in seguito persero il dominio sulle proprietà, ma ne rientrarono in possesso nel 1413 come vassalli di Amedeo VIII di Savoia. Giuseppe nacque a Verzuolo il 4 giugno del 1824; all'età di sedici anni intraprese studi legali per imboccare poi la carriera diplomatica. Presto, però, abbandonò quest'attività per dedicarsi completamente all'agricoltura, maturando un profondo interesse per la viticoltura. I primi studi in questo campo li aveva iniziati nel 1860 a Sciolze (piccolo paese della provincia di Torino) presso la villa di uno zio, per poi continuarli e approfondirli a Verzuolo nelle proprietà della madre. Iniziò così, con entusiasmo e volontà, a costituire una collezione di diversi vitigni coltivati in Piemonte, aggiungendovi progressivamente quelli di tutto il resto d'Italia e in seguito anche le varietà coltivate in Francia, Germania e Spagna.
      Riuscì in questo modo a mettere insieme per la prima volta nella storia una raccolta di livello mondiale, tanto ampia che si rese necessario acquistare nell'allora comune di Villanovetta un appezzamento sulla collina confinante con Verzuolo detto "La Bicocca", un nome che divenne celebre tra gli studiosi di viticoltura. Grazie agli studi del Di Rovasenda, il numero di varietà di viti conosciute e coltivate salì nel 1877 a 3350 e, qualche anno dopo, addirittura a 3666. Di ogni pianta raccolse accurate e minuziose osservazioni, registrandole in diversi fascicoli che furono poi pubblicati col titolo Saggio di Ampelografia nazionale, al quale fece immediatamente seguito il Saggio di Ampelografia universale, tradotto anche in francese. Inoltre collaborò con il Bollettino Ampelografico edito dal Ministero dell'Agricoltura e con gli Annali della Regia Accademia di Agricoltura di Torino, di cui fu socio onorario per tutta la vita.
     Uomo austero e di tempra eccezionale, si spense a Verzuolo nella notte tra il 6 e 7 dicembre del 1913. Qualche anno prima, al fine di evitare che il suo monumentale lavoro andasse perduto, donò l'intera collezione di studi alla Reale Scuola di Viticultura e di Enologia di Alba.


 
 

parte da almese la rinascita del baratuciat: un vino che "presto diventerà famoso"

Il Baratuciàt, vitigno autoctono del nostro territorio, potrebbe essere il primo bianco della Valle di Susa ad ottenere l’ambito riconoscimento D.O.C. Ma qual è la sua storia?

Si pensa che il nome derivi dal popolare Berla du chat, espressione piemontese volta ad indicare la forma allungata degli acini, associabile agli escrementi di gatto (ciàt nel dialetto locale), ma si ricordano anche altre varianti del nome come "Bertacuciàt" o "Berlu'd ciàt". 

Alcune fonti riportano la presenza di un bianco “grignolerium” dal sapore aromatico nei territori di Almese e di San Mauro nella prima metà del XIV secolo.

IL BARATUCIAT Viene menzionato per la prima volta nel Bollettino Ampelografico del 1877,

periodo in cui è coltivato nei territori di Almese, Villar Dora, Rubiana, Rosta, Buttigliera e sulle colline di Rivoli e Villarbasse, 

essenzialmente coltivato come uva da tavola. Si trattava di una ventina di ettari coltivati ma,

come accadde anche per altri vitigni piemontesi, le sue tracce si persero in seguito alla diffusione della fillossera, intorno al 1928.

la riscoperta si deve all’almesino giorgio falca,

in modo curioso e casuale: nel 1991, prima di abbattere un’antica vigna a pergola di famiglia che ombreggiava la casa, ne mise da parte alcune marze che affidò ad un vivaista per l'innesto su vite americana (per evitare la ricomparsa della fillossera). le marze furono messe a dimora e successivamente vinificate (anche se con la stessa procedura del vino rosso) avviando così una piccola produzione destinata al consumo durante i pasti in famiglia ed a quelli dell’allora neonata associazione delle “siule pien-e” di almese, che si stava impegnando nella creazione di una fiera dedicata a questo piatto tipico della tradizione locale. il vino riscosse un notevole apprezzamento, e falca decise così di impiantare settecento barbatelle e di affidarsi per la loro coltivazione alle indicazioni della facoltà di agraria di torino (i cui docenti giuseppe zeppa e luca rolle sono di casa ad almese), e successivamente al c.n.r. per le opportune sperimentazioni. per la parte relativa alla vinificazione venne coinvolto l'istituto bonafous di chieri, per trovare il giusto equilibrio. si sperimentò un processo di "vinificazione in bianco", che avviene cioè senza la macerazione delle bucce ed è abbastanza critico, in quanto occorre assolutamente evitare fenomeni di ossidazione dovuti al contatto con l'aria e porre grande attenzione alla temperatura, che deve essere fresca e costante

le indagini di cnr ed università confermarono che si trattava proprio dell’autoctono baratuciàt,

e la tracciatura del dna stabilì che non aveva alcuna parentela con gli altri vitigni italiani. iniziò allora il suo rilancio, celebrato anche da paolo massobrio, che su la stampa lo descrisse così: “ora, da assaggiatore, posso dire che sono rimasto spiazzato… in bocca è rotondo, pieno, dal sorso setoso ed elegante, con un finale amarognolo caratteristico. e c’è da scommetterci che presto diventerà famoso”. 

sono proprio queste le peculiarità che rendono così interessante il baratuciàt: dal caratteristico colore giallo paglierino, si presenta nel primo anno con delicati ed eleganti profumi di fiori bianchi; nel periodo medio si arricchisce di note minerali e di frutta e quando matura assume un profumo intenso con note di ananas e mela verde.

fu quella di giuliano bosio, nel 2007, la prima azienda agricola ad impiantare il baratuciàt. "

ne rimasi folgorato", racconta giuliano, che ne mise a dimora i primi 3500 metri quadrati sulla collina di almese, dietro la chiesa vecchia di almese e in borgata magnetto,

successivamente occupandosi anche dei vigneti di falca dopo la sua prematura scomparsa.

 ad oggi giuliano bosio produce 4000 bottiglie di baratuciàt: denominato gesa veja 

ha recentemente vinto numerosi premi, tra cui per due anni consecutivi, 2018 e 2019, la medaglia d’argento al decanter world wine awards di londra 

e le quattro stelle tra i “vini da non perdere” assegnate dalla guida vini buoni d’italia 2019 del touring club.

in valle di susa i produttori sono una dozzina, per tre ettari di superficie.

all’azienda agricola 'l garbin della maddalena di chiomonte ne sono state impiantate tre vigne: vinificato in purezza nella cantina di proprietà, il vino porta il nome madlena.

nella zona di almese ci sono inoltre le vigne delle aziende agricole la beccaccia di villar dora e cjb di sant'ambrogio,

mentre sulla collina morenica di rivoli/avigliana la coltivazione è ripresa grazie ad alcune barbatelle fornite da falca all'azienda prever,

 che metterà in commercio il baratuciàt biologico "le spose". 

 ma il successo del baratuciàt non si è fermato alla valle di susa: in monferrato gli ettari destinati al baratuciàt sono già sei, ed altre aziende agricole stanno iniziando la sperimentazione di questo vigneto. qui la coltivazione è stata introdotta da enrico druetto, appassionato viticoltore che nel 2008 concluse un accordo con falca per sperimentare vari portainnesti, con l'intesa che metà delle barbatelle prodotte venissero restituite per nuove vigne ad almese. la diversità climatica ed il terreno calcareo del monferrato fanno scaturire un vino diverso da quello valsusino, meno fresco ma più corposo e strutturato, che raggiunge i 14 gradi contro i 13-13,5 della valle di susa. la concorrenza nei prossimi anni potrebbe farsi sentire, ed uno degli strumenti per contrastarla sarà certamente il riconoscimento d.o.c. del baratuciàt valsusino, previsto per la primavera 2019. purtroppo però il disciplinare prevede ancora che le uve debbano essere vinificate nella zona di produzione, vincolo che potrebbe impedire ad alcuni produttori di utilizzare questo importante marchio. per ulteriori approfondimenti: valter giuliano e giuliano bosio, "baratuciàt, la valle di susa ritrova un bianco d.o.c.", in segusium, anno lv - vol. 56 (2018) - pp.163-184. 

LABORATORIO VALSUSA

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Un prezioso  Instrumento d'affittamento degli stabili dell'ill.mo sig. Conte Celso Carron di Brianzone a favore del sig. Gioanni Berta

   custodito  presso l’Archivio Storico Conti Carron del Comune di Buttigliera Alta

datato 6  marzo 1835 testimonia la presenza di  oltre 5000 viti "ben impallate" 

nelle sole vigne  che circondano Villa San Tommaso, ora Istituto Sacro Cuore 

 
 
 
 
 
 
 

Il '800 segna la nascita dell’agricoltura industrializzata e porta notevoli progressi anche in campo enologico. camillo benso di cavour entra tra i protagonisti del barolo, 

bettino ricasoli crea la “ricetta” del chianti stabilendo le giuste proporzioni dell’uvaggio utilizzando vitigni coltivati localmente, 

john woodhouse crea il marsala, 

benedetto carpano il vermouth aromatizzando il vino con zucchero e piante aromatiche.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

IL PRIE'

la villa, detta in origine il prié, è attestata sin dalla seconda metà del seicento come una delle vigne (ville collinari) più belle della collina torinese,

di proprietà della nobile famiglia dei turinetti di priero, possessori di vigne sin dal 1637.

nel 1706, durante l’assedio di torino, nel contesto della guerra di successione spagnola (1701-1714),

la villa sarebbe stata fortificata dai francesi come roccaforte dalla quale cannoneggiare le truppe piemontesi di stanza nella regione vanchiglia,

all’epoca campagna limitrofa alla città capitale. vittorio amedeo iii (1726-1796) la confisca a ercole iii turinetti, in risarcimento dei debiti di questo,

e la residenza è acquistata alla fine degli anni settanta del settecento dal ministro marchese angelo carron di aigueblanche.

nel 1781 il carron commissiona all’architetto mario ludovico quarini (1736-1800), già collaboratore del celebre architetto bernardo antonio vittone (1705-1770) 

un ampliamento e una totale riplasmazione della villa e del giardino, progetto poi non completamente eseguito per la morte,  nel 1796, del committente.

(Musei Torino)

La villa passò  per VOLER DEL DEFUNTO  aLL'AMATISSIMO AGNATO CONTE  Francesco teodoro Carron di BriaNzone di san Tommaso  RAPPRESENTANTE DELLA LINEA SECONDOGENITA.....

MARIA TERESA REINERI  - MANUELA MASSOLA

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

CI SONO LUOGHI CHE HANNO UNA STORIA E LUOGHI CHE FANNO LA STORIA: MARSALA IL VINO DEI NOSTI PADRI E DELL'UNITà D'ITALIA...

DIEGO MAGGIO, BUTTIGLIERA ALTA,  26 OTTOBRE 2019 PROFUMO DI TE...SIMPOSIO STORICO  - ENOGASTRONOMICAO PIEMONTE & SICILIA 

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BACCO RE DI SICILIA DAL MAGAZINE DI AMERICA OGGI, quotidiano in lingua italiana edito negli USA ITINERARI & ENOLOGIA

CULTURA, STORIA E TRADIZIONI VITI-VINICOLE DA MARSALA A PANTELLERIA: DIEGO MAGGIO CI INVITA A CONOSCERLE PIù DA VICINO PER...GUSTARLE MEGLIO
BACCO RE DI SICILIA
di Flavio Giuliano
Possono coesistere ragione e sentimento quando parliamo di vino? Sembrerebbe proprio di si leggendo l’ultimo libro di Diego Maggio, consigliere delegato della FederVini Sicilia e dei Consorzio di Tutela delle doc Marsala e Pantelleria, nonché presidente dei “Paladini dei Vini di Sicilia” e reggente dell’Antica Accademia del Marsala.
“Ragioni e sentimenti nella Sicilia del vino”, oltre 250 pagine ricche di splendide fotografie e testi che spaziano tra cultura, storia e tradizione di una delle “arti” più antiche al mondo, la produzione vitivinicola. L’opera conclude la sua trilogia dedicata al vino, cominciata con “Una Provincia d.o.c.” e proseguita con il bilingue “Quella Provincia ad Occidente

(già presentato all’Istituto Italiano di Cultura di Park Avenue a New York nel 2000).
Diego Maggio vive a Marsala, dove è nato ed esercita la professione quale Capo dell’Avvocatura della Provincia di Trapani. E’ tra i fondatori dell’Ugivi (Unione Giuristi del Vino) ed è anche Console per le isole dell’Accademia Italiana Gastronomia Storica, nonché socio corrispondente della Accademia Italiana della Vite e del Vino. Un grande esperto di vini, dunque, ma anche un appassionato autore, anche se lui stesso si definisce “non uno scrittore ma un siciliano orgoglioso”.
Diego Maggio ha appena concluso la sua “tournee” a New York e in New Jersey, dove ha avuto modo di presentare il suo nuovo libro al galà di Casa Colombo e, nel corso di una serata, ospite del professor Gaetano Cipolla dell’Arba Sicula, alla St. John’s University.
Non c’è italianità più vera della vostra – ha detto Maggio rivolgendosi al pubblico presente – La Sicilia sta cercando di riscattare recenti pregiudizi di scarsa qualità, dopo aver conosciuto epoche storiche di grande splendore. Per raggiungere questi obiettivi dobbiamo ispirarci a voi. L’amore per la patria e il senso della famiglia vanno sempre più attenuandosi in Italia, mentre tra voi sono ancora presenti. Dobbiamo raggiungere la vostra qualità se vogliamo promuovere la nostra terra
Attraverso le produzioni di eccellenza e il turismo, cioè, la Sicilia potrebbe ritornare agli antichi fasti e ridiventare la perla del Mediterraneo.
Possiamo farcela – sostiene Maggio – senza assistenzialismo o pietismi. A mezz’ora da Marsala troviamo i resti della civiltà fenicia di Mozia, quelle greche di Segesta e Selinunte, le mitiche isole Egadi e la bellissima città medievale di Erice. Siamo passati da questa storia così importante al pietismo di oggi. Leonardo Sciascia disse in realtà che la Sicilia è “redimibile”. Dalle nostre parti dobbiamo valorizzare le nostre “piccole-grandi” risorse, attraverso lo sviluppo del turismo selezionato…di massa. Siamo impegnati nella valorizzazione del prodotti territoriali: proprio attraverso la tipicità, si può ottenere quel valore aggiunto che può far conseguire uno sviluppo reale attraverso risultati concreti.
Diego Maggio, grazie alle oltre 20 presentazioni di questo suo nuovo libro in Italia e in giro per il mondo, sta promuovendo le tipicità del suo territorio attraverso la divulgazione della cultura e delle tradizioni della propria terra.
Promuovere è diventata un’arte e una scienza. Ma ci vuole passione. Finora, la scarsa conoscenza dei prodotti ha determinato la sostanziale bocciatura dei prodotti siciliani. Occorre puntare sugli importatori giusti, trasmettere loro messaggi appropriati, essere cioè in grado di trasmettere alle persone giuste le proprie conoscenze sulle ricchezze naturali che la nostra terra è in grado di esprimere.
E il libro di Maggio è veramente un compendio di tutto questo: arte, cultura, tradizioni e sentimenti, appunto, di una Sicilia che vuole reagire, non vuole compassione. Una Sicilia che saprà ritornare agli antichi fasti semplicemente dimostrando cosa è ancora in grado di fare.

“SICILIAN SHERRY”: LA “FORMULA” DI WOODHOUSE
Fu negli anni Settanta del Settecento che ebbe le sue origini il vino liquoroso che tutti conosciamo semplicemente col nome Marsala.
Un commerciante di Liverpool, John Woodhouse, aveva imparato a Malaga, in Spagna, come si produceva il vino chiamato “mountain”. Pensò di poterlo produrre anche in Sicilia e si trasferì a Marsala. Qui inventò la “formula” di un vino che si affermò tra i grandi vini internazionali dell’epoca. A Marsala si produceva un vino molto forte e antichissimo, chiamato “perpetuum”. A questo, Woodhouse aggiunse il 2% di acquavite, ottenendo il vino liquoroso.
Caricò così 50 barili (36 mila litri) sul suo brigantino “Elizabeth” e dopo un mese di navigazione arrivò in Inghilterra. Era il 1773. Il vino fu battezzato “Sicilian Sherry” ed ebbe uno straordinario successo sul mercato. Fu l’unica novità dell’epoca ad aggiungersi alla lista internazionale dei vini celebri. Furono però Benjamin Ingham e il nipote Joseph Whitaker, insediatisi a Marsala ai primi dell’800 e provenienti dallo Yorkshire a fare la fortuna di questo vino e dell’intera Sicilia. Per loro fu un’autentica miniera d’oro, determinando la nascita dell’imprenditoria vinicola italiana. Esiste ancora oggi, affacciata sul mare, la palazzina in stile neo anglo-siciliano (purtroppo in stato di abbandono), che ospitava uffici e abitazione dell’azienda di Ingham.
La svolta avvenne nel 1833, quando un calabrese, Vincenzo Florio, apri una società proprio tra i due colossi Woodhouse e Ingham. Il Marsala cominciò a parlare italiano. In breve tempo, puntando sulla qualità, iniziò a produrre fino a 500 mila ettolitri di Marsala all’anno, conquistando tantissime onorificenze e divenendo fornitore di Casa Savoia.
Novantanove navi della flotta Florio trasportavano il Marsala per i cinque continenti. Non gli fu consentito di acquistare la centesima nave perché altrimenti avrebbe superato in numero l’intera flotta della casa reale.

La provincia del Marsala, con oltre 70 mila ettari, è la più estesa di tutta Europa, più ancora di quella del Bordeaux.
Con il decreto del 15 ottobre del 1931 venne istituito il territorio di produzione del Marsala, in sostanza il primo vino doc italiano.
Oggi di Marsala se ne fa molto meno che in passato, ma la produzione vinicola annuale complessiva dell’intera provincia di Trapani (ottima e crescente la produzione di eccellenti vini rossi da tavola) è di 3 milioni di ettolitri all’anno.

PASSITO, ULISSE LO BEVEVA CON LA NINFA CALIPSO
Secondo la mitologia, Bacco prese dimora presso l’isola di Pantelleria proprio per la presenza di un ottimo vino, e qui Venere lo andava a incontrare ogni sera, presso il Lago. Anche Ulisse durante i suoi viaggi parla delle viti accanto alla spelonca della Ninfa Calipso, sull’isola di Ogigia (che per molti studiosi sarebbe proprio Pantelleria). Si dice pure che Giacomo Casanova, il famoso latin lover, offrisse alle sue amanti un bicchiere di Passito di Pantelleria.
Più vicina al continente africano che alla Sicilia, l’isola dal nome latino di Cossyra, è habitat ideale per viti longeve.
Le uve di questo vitigno, chiamato Zibibbo (dall’arabo “zaibib”, uva passa), vengono appunto appassite. Ne nasce un mosto di una dolcezza naturale, che fermenta con estrema difficoltà. In questo vino (passito) non tutto lo zucchero si trasforma in alcool, regalando al prodotto finale un profumo intenso, di dattero, miele o albicocche. Il colore è di un’ambra carica e brillante. Dal gusto caldo e morbido, si accompagna molto bene con i dolci. Un vino da dessert eccellente.
Esiste anche un Passito liquoroso, al quale durante la fermentazione viene aggiunto alcool etilico o acquavite di vino moscato, raggiungendo una gradazione superiore ai 21,5 gradi.
Dalle uve non appassite, invece, si ottiene il Moscato di Pantelleria, che può essere anche liquoroso o spumante.
La produzione annua dei vigneti di zibibbo a Pantelleria è ora di circa 30 mila quintali
.


 
 
 
 
 

BLUES & WINE FESTIVAL - Storia di Vitigni, Vini e Territori ...

Stasera sento il profumo del mare nei miei ricordi ..... ed i ricordi però mi portano a quella Masseria di Poggio di Conte ...

E cosi stasera raccontiamo forse il più giovane dei vitigni siciliani, ma che in appena 150 anni dalla sua nascita .. ha visto attorno a se le gesta di nobilissimi Cavalieri ..

A partire dal suo creatore .... Parliamo del GRILLO !!!!! ...

Forse su pochi vitigni la Storia e gli studiosi hanno sbagliato fino a pochi anni or sono.. o fino a tutt'oggi .. come successo nel raccontare le origini del Grillo ..

In molti libri e atlanti, ancora oggi lo si trova come risalente alla Puglia ! .. Quando invece il GRILLO è nato ad appena 8 km da casa mia...

ossia presso le Tenute del grandissimo Barone Mendola di Favara, che nel 1874 vide nascere da un suo ibrido di Catarratto e Zibibbo... la prima pianta al mondo di GRILLO ...

Dopo anni di ricerche, dai documenti del Barone Mendola finalmente si è trovato quanto segue scritto di suo pugno :

" ..... seme di Catarratto bianco fecondato artificialmente col Zibibbo nella fioritura del 1869 nel mio vigneto Piana dei Peri presso Favara;

raccolto a 27 agosto dello stesso anno; seminato in vaso a 3 marzo 1870 e nato verso il 20 maggio

. Nel 1871 osservando nel vaso 105 una piantolina ben distinguersi tra le molte sue consorelle per vigore e colore delle foglie

e più per tormento trassi una piccola mazza e la innestai nel febbraio 1872 sopra un robusto ceppo di Inzolia nera onde affrettare la fruttificazione

e così ebbi il piacere di gustarne i primi grappoli nell’autunno 1874.

Dedico questa pianta al chiarissimo. Ing. G. B. Cerletti, direttore della Stazione Enologica di Gattinara”.

Lo stesso Mendola scriveva, sempre nel 1904: “ibridai il Catarratto comune di Sicilia collo Zibibbo,

per ottenere un ibrido colle virtù miste dell’uno e dell’altro progenitore, per potere fabbricare un Marsala più aromatico ” ......

Ancora oggi, tantissimi produttori, esperti e spesso anche gli stessi enologi... ignorano questa origine del Grillo ....

(che al suo battesimo Mendola chiamò "Moscato Catarratto Cerletti", in onore del suo amico e grande collega ampelografo Giovan Battista Cerletti,

all'epoca Direttore della Stazione enologica di Gattinara e poi Presidente dell'Istituto Enologico di Conegliano) ...

ed ignorano un immenso ampelografo, come il Barone Mendola,,, di cui ho parlato in precedenti puntate ... 

Il GRILLO è un vitigno che origina vini robusti.. profumati.. dall'alto grado alcolico ...ma anche di facile ossidazione ..

E' un vino che può dare mille risvolti e qualità diverse.. a seconda che il suo mosto venga fermentato senza ossigenazione,

o con macerazione sulle bucce .. ma che in ogni caso ricorda sempre le sue origini fatte di aspro Catarratto e di amabile Moscato di Alessandria ... (o Zibibbo) ...

Se la zona Marsalese, viene considerata come la sua patria, per la sua utilizzazione nel Marsala ...

è indubbio che l'intera Sicilia va vista come Terra del GRILLO !

...vista la sua presenza in ben 9 DOC che abbracciano tutta l'Isola .. .

Sul Vino Marsala ci sarebbero da scrivere ovviamente tante separate pagine .. Ma nella mia classificazione, distinguo un Marsala pre-fillossera (partito intorno al 1773) ...

quello degli inglesi per intenderci... che metteva insieme : Catarrato, Inzolia, Grecanico, Damaschino e nelle versioni in rosso il Perricone .. (insieme ovviamente all'Acquavite) ...

E poi, invece, il Marsala post- fillossera, che è quello che mette da parte il Grecanico ed inserisce nel blend proprio l'invenzione di Mendola..

ossia il GRILLO .. che del Marsala poi diventa assoluto protagonista !

Colline che guardano il mare... sapori tipici e profondi della Sicilia ... Vendemmie ricche di profumi .. Questo è il Grillo ...

E a tutto questo negli anni '70, stabilisce di tornare nella sua Cantina di Famiglia, un Produttore che cominciò la esaltazione del Grillo e del Marsala, nelle loro mille sfaccettature ... Ossia Marco De Bartoli ... 

Di lui ha raccontato il mio grandissimo Gino Veronelli ... ma Marco De Bartoli, penso che sia uno di quei Grandi Personaggi che sento molto vicino alla mia indole .. o a quella che era l'indole di Gino .... ... Siamo personaggi visionari .. mossi dalla passione .. da un amore spesso smisurato e traditore per la Sicilia ... .. Ma di un Amore puro e che non conosce limiti... soprattutto quando si tratta di mettere in campo le nostre idee, per una Sicilia diversa e più bella ...ed anche quando la fortuna non ci ha dato, ciò che le nostre idee meritavano .... 

Ho assaggiato in questi anni decine e decine di ottimi Grillo ... Mi vengono in mente quelli di : Planeta, di Nicolas Gatti, di Feudo Disisa, di Alessandro di Camporeale (Benedetto Alessandro), di Feudo Principe di Corleone (Vincenzo Pollara), di Cantine Fina e di infiniti altri .........ma soprattutto 2 Cantine di Marsala mi rimangono in mente per il Grillo ...

Una piccolissima.. che oggi forse non esiste più .. che si chiama "Due Dei" ...

Chi ha avuto la fortuna di bere storiche annate di "Vecchio Samperi"...ha avuto la fortuna di bere quella che è la sublimazione del migliore "Perpetuum", di vera tradizione Marsalese e di scuola pre intervento inglese .. .. Qualcosa di spettacolare ed unico ..che solo in questa versione di Grillo si può riscontrare .... Accanto a lui, la bottiglia di "Grappoli del Grillo" ovviamente ha un taglio diverso e meno da CRU, ma sempre interessante ed intensissimo, per chi vuole conoscere il migliore Grillo ...

Il Barone Mendola (creatore del vitigno Grillo) e Marco De Bartoli...(grande ricostruttore dei fasti del Grillo e del Marsala) .... Due personaggi incredibili... a volte troppo dimenticati dal Vino siciliano .. 

Il Blues & Wine si è messo in testa .... di ridare a Loro la luce che meritano ! ..

 Joe Castellano - APRILE 2020

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